La copertura ADSL in Italia più disastrosa di quanto non sembri
Lo afferma in una relazione particolareggiata Francesco Caio, il super consulente incaricato dal Governo di studiare il problema del digital divide che affligge in maniera ancora evidente il nostro paese.
La cosa agghiacciante è che, malgrado non sia un segreto che la copertura dei servizi Internet ad alta velocità sia “a macchia di Leopardo” in tutto lo stivale e sicuramente disastrosa al sud Italia, a quanto afferma Caio, i dati sulla copertura broadband sarebbero sovrastimati.
Insomma, come dire che la situazione è peggiore di come sembra.
Il rapporto del consulente non è ancora ufficiale, ma nel numero di Panorama in edicola questa settimana sarà possibile leggerne alcuni stralci, che disegnano uno scenario desolante: In pratica viene evidenziata la differenza sostanziale tra la reale connettività broadband e la banda larga di “terza qualità”. Caio spiega: “Se calcolata sulla base della popolazione telefonica allacciata a centrali abilitate alla banda larga, la copertura del servizio risulta superiore al 95 per cento”, sarebbe perfetto se non si tenesse conto che in molte zone d’Italia quello che il marketing degli operatori (Telecom Italia Wholesale in testa) vende come banda larga è un servizio mediocre da meno di un 1 Megabit/sec. Ovvero le famose “Adsl “anti digital divide” da 640K. Decisamente anacronistiche per un paese evoluto tecnologicamente come vorrebbe essere l’Italia.
“Eliminando le zone dove la copertura non è disponibile per problematiche tecniche o dove il servizio è solo marginale (banda minima inferiore a 1 Mb), la popolazione afflitta da digital divide sale al 12 per cento, insomma come dire 7,5 milioni di cittadini“ dice ancora Caio.
Cosa propone quindi il consulente per porre rimedio al problema? Tre strategie: Prima di tutto, scorporare la rete dai servizi Telecom Italia, con un intervento diretto da parte dello Stato, che dovrebbe investire più di 1 miliardo di Euro per potenziare le odierne infrastrutture.
Passo successivo sarebbe lo sviluppo di una nuova rete dati in fibra ottica, da realizzare in un vero regime di competizione, e non “con calma e parsimonia” come oggi stanno facendo Telecom Italia e Fastweb, uniche aziende ad investire, seppur molto cautamente, in tali tecnologie. Ciò garantirebbe un livello di prestazioni superiore alle reti basate su doppino in rame, che si saturano più facilmente, si degradano prima e sono in generale obsolete.
Infine, secondo uno studio di Alcatel-Lucent citato nel rapporto di Caio, occorrerebbe investire 10,4 miliardi di euro così ripartiti: 2,2 per dotare di fibra i 5,5 milioni di cittadini che vivono nelle aree urbane, 7,2 per i 14,3 milioni che vivono in aree suburbane e 1 miliardo per chi vive in aree rurali.
Con queste cifre in ballo c’è da domandarsi se tutti i diretti interessati non preferiranno semplicemente fare “orecchie da mercante” come sempre è successo fino ad oggi, piuttosto che cambiare uno scenario che fa del nostro amato paese il “terzo mondo informatico”.






lunedì, 11 maggio, 2009 alle 13:47
Diciamo che il Signor Caio (e già il cognome è un programma) ha scoperto l’acqua calda. Il punto è se davvero qualcuno voglia o meno cambiare le cose. Amaramente sono convinto di no. Forse la possibilità più concreta è che si punti alle connessioni in mobilità degli operatori 3G, quindi ADSM o HSDPA.
Che finalmente l’Italia venga cablata in fibra ottica non ci credo proprio…
mercoledì, 20 maggio, 2009 alle 07:46
[...] Rapporto Caio ne avevamo già parlato qui, oggi torniamo in argomento perché il dossier che traccia un drammatico punto della situazione [...]
sabato, 13 giugno, 2009 alle 15:40
Telecom?!
Dunque, con Telecom avevo un abbonamento teleconomy estremamente lento con un nominale 56k di velocità.
La mia linea, o meglio il mio ultimo miglio (UM), è sempre stato difettoso (iper sensibile all’umidità nei giorni di pioggia e non protetto dalle scariche nei giorni di temporale). Per questi motivi, non ho mai preso in considerazione un altro fornitore, nel timore di essere trascurato tutte le volte che la linea necessita di intervento, già ora problematico.
Sino a poco tempo fa, nessuno, neppure Telecom, mi dava la linea come idonea per Adsl. Ora, con non saprei dire quali migliorie della centralina (ma il mio UM mantiene i difetti sopra indicati), il collegamento Adsl è diventato possibile a velocità limitata.
Chiedo a Telecom se posso avere Adsl e mi viene risposto positivamente ma solo per Alice7Mega, mentre altri gestori, dopo il test di rito, mi negano il servizio.
Vicissitudini a parte, ottengo finalmente Alice7Mega con le prevedibili clausole contrattuali: la velocità è massima e indicativa, in dipendenza dallo stato della linea e dalla saturazione di traffico.
Con l’uso, scopro però che la velocità effettiva è SEMPRE di gran lunga inferiore. Sfruguglio nel sito 187 e trovo che la mia zona telefonica è classificata, dalla stessa Telecom, come idonea a sostenere una velocità MASSIMA di di soli 640K, cioè un decimo di quanto mi è stato offerto con Alice7Mega, cioè a livelli di preistoria delle teleconnessioni.
Sto pagando dunque per un servizio che, neppure nelle più rosee delle condizioni, potrà mai avvicinarsi ai livelli contrattuali indicatimi, pur essendo questi ultimi ai livelli minimi di connessione Adsl proposti dalla stessa Telecom.
Tre notazioni:
1) Pago quanto coloro che questo servizio ricevono grazie a quanto giustamente investito da Telecom per fornirlo.
2) Se Telecom, incassando lo stesso corrispettivo, può fornire impunemente servizi diversi, sia dove ha investito sia dove non ha investito, quando mai sentirà la necessità di completare gli investimenti necessari?
3) Telecom annuncia che per il 2012 avremo la fibra ottica sin dentro casa per le connessioni ultraveloci (progetto questo già ben avviato in altri Paesi). Ma quando mai, se quanto descritto è il punto tecnologico e filosofia aziendale di partenza?